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Alpi sempre più fragili: l’estate 2026 accelera la crisi dei ghiacciai

L’estate 2026 lascia sulle Alpi un bilancio particolarmente preoccupante. Temperature elevate, zero termico a quote eccezionali, scarse precipitazioni nevose e siccità hanno messo ulteriormente sotto pressione i ghiacciai, mentre gli eventi meteorologici estremi hanno contribuito a rendere ancora più instabile l’ambiente montano.

A fotografare la situazione è la settima edizione di Carovana dei ghiacciai, la campagna di Legambiente realizzata insieme a Cipra Italia e con la collaborazione scientifica della Fondazione Glaciologica Italiana. Dopo settimane di osservazioni e sopralluoghi lungo l’arco alpino, l’iniziativa restituisce un quadro nel quale il cambiamento climatico appare sempre più evidente e rapido.

Caldo e instabilità trasformano l’alta quota

Secondo i dati raccolti da Legambiente, tra gennaio e la fine di agosto 2026 le regioni alpine sono state interessate da oltre 70 eventi meteorologici estremi. A questo si aggiungono condizioni termiche eccezionali: lo zero termico si è mantenuto frequentemente tra i 4.800 e i 5.000 metri, mentre la scarsità di neve e la siccità a quote inferiori hanno ridotto ulteriormente la capacità degli ecosistemi montani di resistere agli effetti del riscaldamento.

I segnali più evidenti arrivano dai ghiacciai monitorati durante la campagna. Adamello, Grande Motte, Miage, Planpincieux, Forni, Montasio e Coolidge superiore sul Monviso mostrano, con caratteristiche diverse, gli effetti di un processo di deglaciazione che procede sempre più velocemente.

Il quadro comune è quello di ghiacciai in arretramento, accompagnati da fenomeni di instabilità, deformazione delle morene e aumento delle colate detritiche. In alcuni casi si sono verificati anche crolli significativi.

Sul Monviso, per esempio, sono stati osservati importanti cedimenti dopo la tappa del primo settembre sulla parete nord-orientale. Sul Montasio, invece, alla fine di agosto una porzione della cavità superiore del ghiacciaio è crollata proprio mentre la Carovana si trovava in quota.

Sette ghiacciai raccontano la stessa storia

Le osservazioni condotte durante la campagna permettono di leggere il fenomeno attraverso alcuni dei ghiacciai più rappresentativi dell’arco alpino.

Sull’Adamello, il più esteso ghiacciaio delle Alpi italiane, la fronte ha accelerato il proprio arretramento: nel periodo 2023-2025 la perdita ha raggiunto 265 metri.

In Francia, la situazione della Grande Motte, nel comprensorio di Tignes, è altrettanto significativa. Il ghiacciaio, situato a oltre 3.000 metri di quota, ha perso circa il 70% del proprio volume dal 1982. Nell’ultimo decennio si è inoltre formato un lago glaciale, il Lac de Rosolin, che viene monitorato anche per il possibile rischio di esondazione. Un tempo a Tignes era possibile sciare anche durante l’estate; oggi non è più così.

Sul versante italiano del Monte Bianco, il ghiacciaio del Miage ha visto abbassarsi di circa 15 metri il proprio lobo frontale nell’arco di sei anni. Ancora più dinamica la situazione del Planpincieux, dove il movimento del ghiaccio ha raggiunto velocità di circa due metri al giorno.

In Lombardia, il ghiacciaio dei Forni ha perso circa tre chilometri di lunghezza dall’inizio del secolo. Nei periodi più caldi può arrivare a perdere fino a dieci centimetri di spessore in una sola giornata. La sua importanza, però, non riguarda soltanto il paesaggio glaciale: durante l’estate l’acqua proveniente dalla fusione può rappresentare una quota significativa della portata dell’Adda, arrivando in alcuni periodi a circa il 50%, secondo i dati del progetto IDROSTELVIO dell’Università Statale di Milano e del Parco dello Stelvio.

Anche il Montasio, considerato storicamente uno dei ghiacciai alpini più resistenti, ha mostrato quest’anno segnali di forte sofferenza, fino al crollo parziale della sua cavità superiore.

Sul Monviso, infine, il ghiacciaio superiore del Coolidge è ormai considerato un glacionevato. Nel frattempo aumentano i segnali di instabilità delle pareti rocciose e anche il sistema fluviale collegato al Po risente della trasformazione dell’ambiente glaciale.

Una trasformazione che accelera

I dati scientifici confermano che non si tratta di una serie di episodi isolati. Secondo uno studio pubblicato su The Cryosphere, tra la metà dell’Ottocento e il 2015 le Alpi hanno perso circa il 57% della loro superficie glaciale e il 64% del volume. La velocità del cambiamento è però aumentata sensibilmente negli ultimi decenni: dopo il 2000 il tasso di abbassamento della superficie dei ghiacciai è triplicato.

Tra il 2000 e il 2023, inoltre, l’Europa centrale, area nella quale le Alpi rappresentano il principale sistema montuoso, ha perso circa il 39% della propria massa glaciale, secondo una ricerca pubblicata su Nature dal gruppo GlaMBIE.

Il problema, sottolinea Legambiente, non riguarda quindi soltanto la sopravvivenza dei ghiacciai. La loro trasformazione modifica il paesaggio, aumenta i rischi in alta quota e può avere conseguenze sulla disponibilità di acqua a valle.

Per la Fondazione Glaciologica Italiana, il 2026 rappresenta un passaggio particolarmente significativo. Il riscaldamento sulle Alpi procede a una velocità circa doppia rispetto alla media globale e le condizioni di quest’estate hanno ridotto quel margine di protezione che, in passato, era garantito dalla presenza della neve residua. La conseguenza è una deglaciazione sempre più facilmente osservabile anche nel giro di poche settimane.

Non è soltanto una questione di ghiaccio

La trasformazione dell’alta montagna sta producendo anche altri effetti visibili. Dove il ghiaccio arretra compaiono nuove superfici colonizzate dalla vegetazione e dalle cosiddette specie pioniere. Un fenomeno naturale, ma che apre interrogativi sulla futura gestione del territorio montano.

È anche per questo che Legambiente chiede di rafforzare il monitoraggio dell’alta quota e di adottare politiche di adattamento e mitigazione che coinvolgano sia le montagne sia le aree di pianura. Il filo conduttore è l’acqua: una risorsa che collega gli ecosistemi glaciali alle comunità e ai territori situati a valle e che, proprio per questo, non può essere considerata inesauribile.

Dalla montagna alla pianura, un unico sistema

Durante le tappe della Carovana, Legambiente ha rilanciato il messaggio attraverso diverse iniziative di sensibilizzazione. Ai piedi del Montasio e alle sorgenti del Po, a Pian del Re, è stato esposto lo striscione “Non è caldo, è crisi climatica”, per sottolineare il legame tra ciò che accade in alta quota e le conseguenze che si manifestano molto più in basso.

L’associazione chiede una governance europea dei ghiacciai e delle risorse connesse, insieme a sistemi di monitoraggio permanenti e a una maggiore attenzione alle trasformazioni della montagna.

Tra le proposte figurano il Manifesto europeo per una governance dei ghiacciai e delle risorse connesse e la piattaforma “Governarne le Alpi che cambiano”, promossi insieme a Cai, Cipra Italia e Fondazione Glaciologica Italiana.

La richiesta è quella di considerare i ghiacciai come beni comuni, patrimonio collettivo da proteggere e conoscere. Cambia infatti anche il modo di frequentare la montagna: l’evoluzione del territorio impone maggiore consapevolezza da parte di escursionisti e visitatori, anche alla luce delle modifiche che interessano sentieri e percorsi.

Anche i rifiuti raccontano il rapporto con la montagna

Il tema della tutela non riguarda soltanto il clima. Durante la tappa sul Monte Bianco, Carovana dei ghiacciai e Puliamo il Mondo hanno organizzato una giornata di raccolta dei rifiuti lungo il sentiero che conduce al ghiacciaio del Miage. Un gesto concreto per ricordare che la montagna non è un semplice spazio da attraversare, ma un ambiente fragile che richiede attenzione e rispetto.

Per Giorgio Zampetti, direttore generale di Legambiente, le Alpi rappresentano una delle principali sentinelle della crisi climatica. L’estate appena trascorsa, caratterizzata da ondate di calore ed eventi estremi, dimostra secondo l’associazione che occorre accelerare le politiche di mitigazione e adattamento, coinvolgendo tanto le aree montane quanto quelle urbane e di pianura.

Vanda Bonardo, responsabile nazionale Alpi di Legambiente e presidente di Cipra Italia, sottolinea invece come le osservazioni effettuate quest’anno abbiano mostrato un’accelerazione dei cambiamenti in quota. Per affrontarla servono monitoraggi costanti, informazione e una strategia comune capace di collegare i territori alpini alle pianure.

Dalla Fondazione Glaciologica Italiana arriva infine una lettura altrettanto netta: il regresso dei ghiacciai non può più essere considerato una successione di fenomeni isolati, ma va interpretato come un processo strutturale di deglaciazione.

Il viaggio della Carovana

La settima edizione di Carovana dei ghiacciai ha preso il via con un’anteprima sull’Adamello all’inizio di agosto e si è poi sviluppata dal 17 agosto al 3 settembre lungo l’arco alpino.

Cinque le principali tappe: la Vanoise, in Francia, dal 17 al 20 agosto; il Monte Bianco sul versante italiano, in Valle d’Aosta, dal 20 al 24 agosto; il ghiacciaio dei Forni in Lombardia, dal 24 al 26 agosto; il Montasio in Friuli Venezia Giulia, dal 26 al 29 agosto; e infine il Monviso, in Piemonte, dal 31 agosto al 3 settembre.

Alla campagna hanno partecipato esperti e ricercatori di diverse istituzioni scientifiche e territoriali, tra cui INRAE-Group de glaciologie, Fondazione Montagna Sicura, Servizio Glaciologico Lombardo, Corpo Forestale del Friuli Venezia Giulia, Cai, Arpa Piemonte, parchi nazionali e regionali e le Università di Milano, Udine, Torino e Bergamo.

Ad accompagnare il viaggio sono stati anche diversi testimonial e artisti, tra cui i runner Bernard e Martin Dematteis, il pittore Roberto Ghezzi e la scrittrice Giusi Quarenghi, insieme a musicisti e performer che hanno partecipato agli appuntamenti organizzati lungo il percorso.

Il messaggio che emerge dalla Carovana 2026 è dunque chiaro: la trasformazione delle Alpi non è uno scenario lontano, ma un processo già visibile. E i ghiacciai, con la loro rapida evoluzione, ne sono tra i segnali più evidenti.

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