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Dossier di Legambiente: ecoansia, il clima entra nella nostra mente

La crisi climatica non riguarda soltanto l’ambiente. I suoi effetti investono anche la dimensione psicologica e sociale delle persone, alimentando preoccupazione, senso di impotenza e, nei casi più problematici, forme di disagio riconducibili all’ecoansia. È questo il punto di partenza di “Ecoansia – Facciamo il punto”, il dossier realizzato dal Circolo Legambiente Milano Centro e pubblicato con il contributo delle psicologhe Chiara Della Casa, Emanuela Dall’Ara e Francesca Bracchi.

L’iniziativa nasce con l’obiettivo di approfondire un fenomeno relativamente nuovo e ancora in fase di definizione sul piano scientifico, mettendo in relazione cambiamenti climatici, salute mentale e possibilità di trasformare il disagio in partecipazione e tutela dell’ambiente. Il dossier parte da una constatazione: gli studi sugli effetti del cambiamento climatico sulla salute mentale sono cresciuti soprattutto nell’ultimo quindicennio, ma il quadro italiano presenta ancora importanti lacune.

Che cos’è l’ecoansia

Nel dossier l’ecoansia viene descritta come una forma di stress e preoccupazione eccessiva legata alla crisi ecologica, capace di ripercuotersi sul benessere emotivo e psicologico. Non si tratta, però, di una diagnosi autonoma: a oggi non esiste una specifica categoria clinica denominata “ecoansia”, che viene ricondotta più genericamente ai disturbi d’ansia.

Il dossier distingue inoltre l’ecoansia dall’ansia climatica, maggiormente legata alla consapevolezza del cambiamento climatico, dell’impatto umano e della percezione di avere un controllo limitato sulla situazione. E introduce il concetto di solastalgia, il malessere legato alla trasformazione o alla perdita dei luoghi ai quali si è affezionati.

La preoccupazione, tuttavia, non è necessariamente negativa. Una quota di stress può infatti spingere a reagire: differenziare i rifiuti, ridurre gli sprechi, utilizzare la bicicletta, acquistare prodotti del territorio, riparare invece di sostituire e partecipare alle associazioni ambientaliste sono tutti esempi di comportamenti proattivi citati nel dossier. Il problema si presenta quando l’attivazione diventa eccessiva e si trasforma in “distress”, con ansia, nervosismo e altri sintomi di disagio.

Il questionario ai soci lombardi

Per affiancare alla ricognizione della letteratura una fotografia interna al mondo associativo, è stato sottoposto un questionario anonimo online alle socie e ai soci dei diversi Circoli della Lombardia. Sono arrivati 172 questionari, dei quali 168 sono stati considerati utili per l’analisi. Gli stessi autori sottolineano che l’indagine non ha pretese scientifiche ed è da considerarsi di natura prevalentemente esplorativa.

Il campione presenta inoltre una forte prevalenza delle fasce d’età più alte: l’80,7% dei partecipanti ha più di 50 anni, l’11,7% ha tra 36 e 50 anni e soltanto il 7,6% ha meno di 35 anni. Un elemento che, secondo il dossier, limita la possibilità di estendere automaticamente i risultati alla popolazione più giovane, considerata dalla letteratura internazionale tra quelle maggiormente esposte al rischio di ecoansia.

Nonostante questi limiti, le risposte restituiscono un quadro significativo del vissuto di persone già particolarmente sensibili alle tematiche ambientali.

Il 97,7% dei partecipanti dichiara di pensare spesso o sempre ai problemi ambientali. Il 73% riferisce di provare spesso ansia rispetto a questi temi e, tra questi, il 50% dichiara di sentirsi spesso particolarmente triste.

Ancora più marcato è il dato relativo al senso di impotenza: il 92,6% degli intervistati lo avverte spesso, mentre più della metà ritiene di non fare comunque abbastanza per l’ambiente. Anche il futuro appare fonte di preoccupazione: il 57,6% dichiara di avvertire spesso sfiducia verso il futuro e il 18,2% la prova sempre. Allo stesso tempo, il 57% ritiene che far parte di Legambiente contribuisca a sentirsi più utile per l’ambiente.

Informarsi molto, ma non sentirsi abbastanza efficaci

Un altro elemento che emerge dall’indagine riguarda il rapporto con l’informazione. Il 60,6% dei partecipanti dedica tra le due e le sei ore alla settimana a informarsi sui temi ambientali, mentre il 22,7% dichiara di dedicarvi ancora più tempo; tra questi, il 10% supera le 12 ore settimanali.

La conoscenza, però, non sembra eliminare il senso di impotenza. Circa due terzi dei partecipanti giudicano buone o molto buone le proprie informazioni sui temi ambientali, ma la consapevolezza dei problemi convive con una forte percezione di non riuscire a fare abbastanza.

È proprio su questo punto che il dossier individua uno dei possibili ruoli dei Circoli: creare occasioni di confronto e partecipazione, rafforzare il senso di comunità e soprattutto rendere visibili i risultati concreti delle azioni intraprese. Quasi due terzi dei partecipanti dichiarano infatti di sentirsi appartenenti a una comunità grazie all’associazione.

Dall’ecoansia alla partecipazione

La tesi di fondo del dossier non è quella di contrapporre preoccupazione e impegno ambientale. Al contrario, le emozioni associate alla crisi climatica possono diventare una spinta all’azione, se affrontate e gestite in modo costruttivo. Paura, senso di colpa, dolore, rabbia e indignazione possono assumere una funzione attiva, orientando verso comportamenti individuali e collettivi.

Tra i fattori considerati protettivi vengono indicati il poter parlare del problema con persone affidabili, sentirsi presi sul serio, percepire un’azione concreta da parte delle istituzioni, poter fare qualcosa a livello individuale o familiare, entrare in contatto con la natura e svolgere attività di volontariato ambientale. Anche l’accesso a informazioni chiare e adeguate all’età viene indicato come elemento importante.

Da qui la proposta: rafforzare il collegamento tra competenze scientifiche, cittadinanza e partecipazione, rendendo comprensibili i contenuti scientifici e traducendoli in strumenti e comportamenti quotidiani. L’obiettivo è contrastare il senso di impotenza senza caricare il singolo di una responsabilità sproporzionata rispetto alla dimensione della crisi climatica.

Il dossier guarda in particolare ai giovani, considerati una fascia sulla quale concentrare prevenzione, educazione e coinvolgimento. Tra le azioni suggerite ci sono un’educazione climatica chiara e adeguata all’età, la diffusione di buone pratiche accompagnate da riscontri concreti sulla loro efficacia e la promozione di strategie per affrontare in maniera funzionale lo stress legato alla crisi climatica.

La conclusione sintetizza così il messaggio dell’iniziativa: la partecipazione può diventare uno strumento per passare dall’ansia all’azione e dall’isolamento alla comunità. Per un’associazione ambientalista, prendersi cura del pianeta significa dunque anche interrogarsi sul benessere delle persone che lo abitano e costruire occasioni concrete per trasformare la preoccupazione in consapevolezza, relazione e impegno.

 

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