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Quando il territorio scompare, lo Stato può restare: la nuova sfida del diritto climatico

Il cambiamento climatico sta costringendo il diritto internazionale a confrontarsi con una possibilità che fino a pochi anni fa sembrava quasi inconcepibile: uno Stato potrebbe perdere progressivamente il proprio territorio sotto il livello del mare senza per questo cessare di esistere.

È questa una delle questioni più delicate emerse nel confronto internazionale sull’innalzamento degli oceani. Non si tratta più soltanto di stabilire chi debba pagare per i danni provocati da eventi climatici estremi. Il problema riguarda ormai la stessa sopravvivenza politica e giuridica di intere nazioni.

Le Nazioni Unite hanno compiuto un passo importante in questa direzione con la Dichiarazione sull’innalzamento del livello del mare, approvata dall’Assemblea generale. Il documento riconosce un principio destinato ad avere conseguenze profonde: la perdita del territorio non deve necessariamente comportare la scomparsa dello Stato.

È un cambiamento significativo rispetto alla concezione tradizionale della statualità. Per lungo tempo, infatti, l’esistenza di uno Stato è stata associata alla presenza di un territorio definito, oltre che di una popolazione, di un governo e della capacità di intrattenere rapporti con altri Paesi. Ma se il territorio viene progressivamente sommerso, che cosa accade alla sovranità?

Il caso di Tuvalu

Per Paesi come Tuvalu, la questione non appartiene al mondo delle ipotesi teoriche. L’arcipelago del Pacifico è formato da nove isole coralline e presenta altitudini estremamente ridotte: il punto più elevato supera appena i quattro metri. Migliaia di persone vivono su porzioni di terra sempre più vulnerabili all’erosione, alle mareggiate e alla crescita del livello degli oceani.

Di fronte a questa prospettiva, il governo di Tuvalu ha iniziato a costruire una sorta di versione digitale del Paese. Documenti, informazioni catastali, archivi e testimonianze della cultura nazionale vengono trasferiti in ambienti digitali con l’obiettivo di preservare la memoria della comunità anche nell’eventualità che le isole diventino progressivamente inabitabili.

L’idea è radicale: un Paese potrebbe continuare a esistere attraverso la propria popolazione, le proprie istituzioni, la propria identità culturale e la propria sovranità anche dopo la perdita fisica della terra. La dichiarazione approvata dall’Onu rafforza proprio questa prospettiva.

La continuità dello Stato

Il passaggio più innovativo del documento si trova nella parte dedicata agli aspetti giuridici dell’innalzamento del livello del mare.

I governi riconoscono che uno Stato già costituito non deve necessariamente perdere la propria personalità internazionale qualora venga meno, a causa del cambiamento climatico, uno degli elementi materiali che lo caratterizzano. Viene quindi affermato il principio di una presunzione a favore della continuità della statualità.

Questo significa che, anche davanti alla progressiva scomparsa delle terre emerse, dovrebbero essere preservati elementi fondamentali come la sovranità, le istituzioni, gli obblighi internazionali e la rappresentanza presso le Nazioni Unite.

La comunità internazionale, inoltre, dichiara la propria disponibilità a sostenere i Paesi maggiormente esposti affinché possano continuare a esercitare le loro funzioni pubbliche e mantenere operative le proprie istituzioni.

Ma c’è un altro aspetto decisivo. Il documento affronta anche il destino delle zone marittime attribuite agli Stati. Le delimitazioni stabilite in base alla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare potranno continuare a essere riconosciute anche nel caso in cui la linea costiera arretri.

Per gli Stati insulari si tratta di una questione tutt’altro che simbolica. Le acque territoriali e le zone economiche esclusive rappresentano spesso una risorsa economica fondamentale, soprattutto per la pesca e per le entrate pubbliche.

Se i confini marittimi dovessero cambiare automaticamente seguendo ogni arretramento della costa, la scomparsa della terraferma comporterebbe anche la perdita di una parte consistente delle risorse economiche necessarie a mantenere in vita lo Stato.

Un oceano che cresce sempre più rapidamente

La questione nasce da un fenomeno fisico ormai evidente. Il riscaldamento globale sta provocando contemporaneamente l’espansione termica degli oceani e la perdita di ghiaccio continentale. Il risultato è un aumento del livello dei mari che, secondo le osservazioni più recenti riportate nel documento, ha raggiunto nel 2024 quasi sei millimetri in un solo anno, uno dei valori più elevati mai registrati nelle serie di misurazione moderne.

Le conseguenze interessano una popolazione enorme. Centinaia di milioni di persone vivono infatti nelle aree costiere più esposte agli effetti dell’innalzamento degli oceani.

Con un aumento di circa mezzo metro entro la fine del secolo, secondo le stime richiamate nella dichiarazione, tra 150 e 300 milioni di persone potrebbero essere costrette ad abbandonare le proprie abitazioni.

Non si tratta però soltanto di una questione abitativa. Lo spostamento delle popolazioni mette in gioco identità culturali, luoghi di culto, cimiteri, tradizioni e patrimoni storici. Per questo l’Onu insiste sulla necessità che eventuali trasferimenti avvengano nel rispetto dei diritti umani e secondo il principio di una mobilità dignitosa e, quando possibile, volontaria.

Come potrebbe esistere uno Stato senza territorio?

La domanda successiva è inevitabile: se un Paese perde la propria terra, dove può vivere concretamente il suo Stato? La Commissione del diritto internazionale delle Nazioni Unite studia da anni questa eventualità e ha preso in considerazione diverse soluzioni.

Una possibilità potrebbe essere l’assegnazione di una porzione di territorio da parte di un altro Stato. Un’altra potrebbe consistere in forme di associazione o federazione. Potrebbero inoltre essere sviluppati modelli ibridi, da costruire sulla base delle caratteristiche di ciascun Paese e soprattutto attraverso il coinvolgimento delle popolazioni interessate.

Un precedente importante è rappresentato dall’accordo Falepili, sottoscritto nel 2023 da Australia e Tuvalu. Il trattato riconosce la continuità dello Stato di Tuvalu anche di fronte alle conseguenze dell’innalzamento del livello del mare. Si tratta di uno dei primi strumenti giuridicamente vincolanti ad affrontare in maniera così esplicita la questione.

Dal Nepal agli atolli del Pacifico

La crisi climatica, però, non mette alla prova il diritto internazionale soltanto attraverso l’avanzata degli oceani.

Nello stesso periodo in cui l’Assemblea generale discuteva il futuro degli Stati insulari, il Nepal portava alle Nazioni Unite un problema apparentemente opposto: non l’acqua che sale dal mare, ma quella che scende dalle montagne.

Il Paese himalayano ha subito gravi conseguenze legate al collasso di un sistema glaciale e alle successive alluvioni. Gli effetti sono stati devastanti, con un numero elevatissimo di vittime, migliaia di persone ancora disperse e danni economici che, secondo le stime citate dal governo nepalese, arriverebbero a una quota significativa del prodotto interno lordo nazionale.

Il primo ministro nepalese ha chiesto una maggiore attenzione alla giustizia climatica, invocando sistemi condivisi di monitoraggio dei laghi glaciali himalayani e un aumento delle risorse destinate ai Paesi più vulnerabili.

Il problema è anche finanziario. Per l’adattamento ai cambiamenti climatici, i Paesi in via di sviluppo potrebbero aver bisogno di centinaia di miliardi di dollari ogni anno nei prossimi anni. Le risorse effettivamente mobilitate a livello internazionale sono però ancora molto inferiori rispetto a questa necessità.

Il segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres ha quindi rilanciato la richiesta di aumentare significativamente i finanziamenti per l’adattamento, sostenendo ancora una volta il principio secondo cui chi contribuisce maggiormente all’inquinamento deve assumersi una parte maggiore dei costi.

Una vittoria giuridica che non basta

La decisione dell’Onu rappresenta un passaggio storico. Per gli Stati insulari minacciati dalla crescita degli oceani significa avere una maggiore certezza sul proprio futuro politico: la scomparsa della terra non dovrebbe automaticamente significare la scomparsa del Paese.

Ma esiste una differenza enorme tra salvaguardare l’esistenza giuridica di uno Stato e salvare il territorio sul quale quella comunità ha vissuto per generazioni.

Una bandiera può continuare a sventolare. Un governo può continuare a esistere. Un Paese può conservare il proprio seggio alle Nazioni Unite e i propri diritti sulle acque. Ma tutto questo non impedisce alle case di essere sommerse, ai cimiteri di finire sott’acqua, alle comunità di essere costrette a trasferirsi e ai paesaggi che hanno costruito un’identità nazionale di scomparire.

La nuova posizione dell’Onu è dunque importante, ma rappresenta soprattutto una risposta alle conseguenze della crisi climatica, non alla sua causa. Il diritto internazionale può stabilire come proteggere uno Stato senza territorio. Può tutelarne la sovranità e riconoscerne la continuità. Ma per evitare che questa soluzione diventi necessaria su larga scala occorrono decisioni molto più concrete: ridurre rapidamente le emissioni, finanziare l’adattamento e sostenere una transizione economica capace di ridurre la pressione sul clima.

La sfida, ormai, non è soltanto impedire che alcuni Paesi scompaiano dalle mappe politiche. È fare in modo che non siano costretti a scomparire da quelle geografiche.

 

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