Nuovi margini di spesa per accelerare gli investimenti nella sicurezza energetica europea, dalle reti elettriche ai sistemi di accumulo, passando per efficienza, elettrificazione e produzione di energia pulita.
La Commissione europea ha adottato il 17 agosto le indicazioni operative che consentiranno agli Stati membri di utilizzare la clausola nazionale di salvaguardia anche per determinate misure legate alla sicurezza energetica.
Il meccanismo non mette a disposizione nuovi fondi europei, ma permette agli Stati di sostenere alcune spese aggiuntive discostandosi temporaneamente dal percorso di crescita della spesa pubblica concordato con Bruxelles, entro limiti definiti e senza compromettere la sostenibilità dei conti pubblici nel medio periodo.
Fino allo 0,6% del PIL per la sicurezza energetica
La flessibilità prevista per gli interventi energetici potrà raggiungere lo 0,3% del PIL in un singolo anno, nel periodo compreso tra il 2026 e il 2028, con un limite cumulativo pari allo 0,6% del PIL.
Lo spazio dedicato all’energia rientra nel quadro più ampio della clausola nazionale di salvaguardia, inizialmente pensata per consentire maggiori investimenti nella difesa e successivamente estesa dalla Commissione alle esigenze legate alla sicurezza energetica.
Per avere un riferimento dell’ordine di grandezza, il PIL italiano nel 2025 è stato pari a circa 2.258 miliardi di euro. Applicando a questo valore la soglia dello 0,6%, il margine corrisponderebbe a circa 13,5 miliardi di euro.
Il valore effettivo dello spazio fiscale dipenderà tuttavia dal PIL preso a riferimento e dalle modalità di applicazione della clausola.
Il Governo italiano ha già manifestato l’intenzione di utilizzare integralmente il margine disponibile per l’energia. All’inizio di agosto il ministro dell’Economia e delle Finanze Giancarlo Giorgetti ha infatti annunciato che l’Italia intende chiedere l’attivazione della clausola per lo 0,6% del PIL destinato alla sicurezza energetica, affiancandolo a uno 0,9% per la difesa.
Reti elettriche e batterie tra gli investimenti ammessi
Uno degli aspetti più rilevanti riguarda la tipologia degli interventi che potranno beneficiare della maggiore flessibilità.
Non si tratta infatti di una deroga generalizzata destinata a qualsiasi misura contro il caro energia. Gli investimenti dovranno contribuire in maniera strutturale alla resilienza e alla sicurezza del sistema energetico europeo, riducendo in particolare la dipendenza dalle importazioni di combustibili fossili.
Tra gli ambiti individuati figurano gli investimenti nelle infrastrutture e nelle reti elettriche, sempre più necessari per accompagnare la crescita della generazione rinnovabile e l’elettrificazione dei consumi.
Un ruolo importante è riconosciuto anche ai sistemi di accumulo dell’energia, comprese le batterie, fondamentali per aumentare la flessibilità del sistema elettrico e favorire una maggiore integrazione delle fonti rinnovabili non programmabili.
Rientrano inoltre nel perimetro delle misure gli interventi destinati ad aumentare la produzione di energia da fonti pulite, quelli per il risparmio e l’efficienza energetica e le iniziative finalizzate all’elettrificazione dei consumi finali.
Potranno essere considerate anche misure adottate a partire da febbraio 2026.
Più investimenti per ridurre la dipendenza energetica
La scelta europea segna quindi un cambio di prospettiva rispetto agli interventi emergenziali adottati durante le precedenti crisi energetiche.
L’obiettivo non è soltanto compensare gli effetti dei prezzi elevati attraverso bonus o riduzioni temporanee delle bollette, ma creare maggiore spazio fiscale per investimenti capaci di intervenire sulle cause strutturali della vulnerabilità energetica europea.
Più capacità rinnovabile, reti più robuste e digitalizzate, maggiore disponibilità di accumulo e una progressiva elettrificazione dei consumi possono infatti contribuire a ridurre la quantità di combustibili fossili importati e, di conseguenza, l’esposizione dell’Europa alla volatilità dei mercati internazionali.
Per l’Italia, l’eventuale utilizzo dell’intero margine dello 0,6% del PIL potrebbe quindi rappresentare un’opportunità significativa per sostenere nuovi investimenti nella transizione e nella sicurezza energetica.
Il passaggio decisivo sarà ora capire quali interventi il Governo italiano deciderà concretamente di inserire nella richiesta a Bruxelles e quale quota dello spazio fiscale disponibile verrà effettivamente utilizzata per reti, accumuli, rinnovabili, efficienza ed elettrificazione.




