Quando si parla di transizione ecologica l’attenzione si concentra spesso su energia, automobili, edifici e fonti rinnovabili. Eppure esiste un altro sistema industriale capace di modificare profondamente il clima, il consumo di risorse e gli equilibri degli ecosistemi: quello alimentare.
Cosa succederebbe se, nei prossimi decenni, una parte consistente della popolazione mondiale adottasse un’alimentazione più sana e sostenibile, con meno carne e più alimenti vegetali? La risposta arriva dallo studio internazionale “Dietary environmental impacts and quality differ by socio-demographic characteristics” pubblicato su Nature nelle settimane scorse. Un gruppo di ricercatori ha utilizzato dieci modelli economici globali per simulare una trasformazione del sistema alimentare basata su tre elementi: diete più sane secondo il riferimento della Commissione EAT-Lancet (definisce un modello alimentare scientifico che unisce la salute umana alla sostenibilità ambientale), aumento della produttività agricola e dimezzamento dello spreco alimentare.
Il risultato è particolarmente interessante per chi si occupa di ambiente: mangiare diversamente potrebbe significare anche utilizzare diversamente il territorio.
Un pianeta agricolo sempre più sotto pressione
L’agricoltura non produce soltanto cibo. Richiede terra, acqua, fertilizzanti, energia e infrastrutture e determina una parte rilevante delle emissioni climalteranti. Nel modello attuale, una quota enorme delle superfici agricole è destinata direttamente o indirettamente all’allevamento: non soltanto pascoli, ma anche terreni utilizzati per produrre mangimi.
Questo crea una sorta di “moltiplicatore” ambientale. Una coltura destinata direttamente all’alimentazione umana può nutrire le persone senza passare attraverso un animale; quando invece viene utilizzata per alimentare il bestiame, una parte significativa dell’energia e delle risorse impiegate viene persa lungo la catena alimentare. È uno dei motivi per cui la composizione della dieta può avere conseguenze che vanno ben oltre il piatto.
Lo studio mostra che una trasformazione del sistema alimentare potrebbe invertire una tendenza storica: invece di continuare ad aumentare la superficie agricola utilizzata, il mondo potrebbe iniziare a ridurla in maniera significativa.
Cosa potrebbe succedere entro il 2050
Lo scenario analizzato dai ricercatori combina cambiamenti nelle diete, maggiore produttività agricola e una riduzione del 50% degli sprechi alimentari.
Con queste condizioni, entro il 2050 la superficie agricola globale potrebbe diminuire in media del 6% rispetto al 2020. Rispetto allo scenario che prevede la prosecuzione delle tendenze attuali, la riduzione arriverebbe a circa il 9%. In termini assoluti, il modello indica una possibile liberazione di circa 274 milioni di ettari di terreno agricolo rispetto al 2020.
Non si tratta semplicemente di avere “più spazio”. La vera questione è cosa potrebbe accadere a quelle superfici. Terreni oggi utilizzati per pascoli o coltivazioni potrebbero, in determinate condizioni, essere sottratti alla pressione agricola e destinati alla conservazione della biodiversità, al recupero degli ecosistemi, alla riforestazione o ad altri usi compatibili con la protezione del territorio.
È qui che la transizione alimentare incontra direttamente quella ambientale. Il cambiamento avrebbe conseguenze profonde anche sulla struttura economica dell’agricoltura. Secondo le simulazioni, nel 2050 il valore della produzione zootecnica sarebbe tra il 49% e l’83% inferiore rispetto alle proiezioni dello scenario di riferimento, mentre il valore della produzione di verdura, frutta, frutta secca e legumi aumenterebbe del 23%.
Non significa che l’allevamento scomparirebbe o che tutti gli agricoltori dovrebbero necessariamente abbandonarlo. Significa piuttosto che cambierebbe radicalmente il peso relativo delle diverse produzioni all’interno del sistema alimentare globale.
La conseguenza più interessante riguarda i ruminanti. In tutti i modelli analizzati, la produzione di carne di ruminanti risulta inferiore nello scenario di trasformazione rispetto al business as usual. Anche la produzione lattiero-casearia diminuisce, sebbene in misura più contenuta.
In altre parole, la domanda alimentare determina ciò che conviene produrre e ciò che conviene produrre determina, a sua volta, come utilizziamo il territorio.
Il suolo come risorsa da restituire alla natura
Questa è probabilmente la prospettiva più importante dal punto di vista ambientale. Per decenni l’espansione agricola ha rappresentato una delle principali forme di trasformazione degli ecosistemi terrestri. Ridurre la necessità di nuove superfici agricole potrebbe contribuire a diminuire la pressione sulle foreste, sulle praterie e sugli altri habitat naturali.
Ma liberare terreno non significa automaticamente restaurare la natura. Questo è un punto fondamentale. Se le superfici agricole risparmiate venissero semplicemente convertite ad altri utilizzi intensivi, parte del beneficio ambientale andrebbe persa.
Per questo la riduzione del consumo di suolo dovrebbe essere accompagnata da politiche di conservazione, rinaturalizzazione e ripristino degli ecosistemi. La transizione alimentare, insomma, potrebbe creare una delle più grandi opportunità di recupero territoriale del prossimo futuro. Ma occorrerebbe decidere consapevolmente come utilizzarla.
Meno pressione sul clima
Il vantaggio non riguarda soltanto il terreno. I sistemi alimentari sono responsabili di una quota molto significativa delle emissioni globali di gas serra e l’allevamento, in particolare quello dei ruminanti, rappresenta una fonte importante di metano.
Nello scenario ipotizzato, le emissioni agricole e la pressione ambientale diminuiscono sensibilmente rispetto allo scenario business as usual. Il Potsdam Institute for Climate Impact Research stima inoltre una riduzione del 76% delle emissioni nette di CO₂ associate ai cambiamenti d’uso del suolo agricolo rispetto allo scenario di riferimento entro il 2050.
È un dato particolarmente significativo perché mette in evidenza un aspetto spesso trascurato della transizione climatica: proteggere il clima non significa soltanto sostituire carbone e petrolio con energia solare ed eolica. Significa anche ridurre la pressione complessiva esercitata dall’economia sugli ecosistemi. Energia, trasporti, industria e alimentazione sono sistemi interconnessi. Una vera strategia climatica deve affrontarli insieme.
Cambiare la dieta non sarebbe sufficiente. Una parte della trasformazione studiata dai ricercatori riguarda infatti il dimezzamento dello spreco alimentare. Questo elemento è fondamentale perché produrre cibo che non verrà consumato significa utilizzare inutilmente terreno, acqua, fertilizzanti, energia, infrastrutture e lavoro. Ridurre gli sprechi equivale quindi, in una certa misura, a ridurre la necessità di produrre.
La sostenibilità alimentare non è dunque una singola scelta, ma un sistema composto da più interventi:
- alimentazione più equilibrata e con una maggiore presenza di alimenti vegetali;
- riduzione della produzione e del consumo di carne;
- aumento della produttività agricola dove sostenibile;
- riduzione degli sprechi lungo tutta la filiera;
- migliore utilizzo delle risorse naturali;
- protezione e recupero dei terreni liberati dalla pressione agricola.
È la combinazione di questi fattori a produrre gli effetti più rilevanti. Oltretutto, secondo lo studio pubblicato da Nature ridurre carne e latticini – particolarmente quelli più ricchi di grassi saturi e la carne rossa e lavorata – e sostituirli con più alimenti vegetali può migliorare la qualità della dieta riducendo il rischio di alcune malattie croniche, senza aumentare la spesa alimentare.
Una questione ambientale, ma anche economica
Una delle conclusioni più interessanti dello studio riguarda l’economia. La trasformazione del sistema alimentare avrebbe un costo importante per alcuni settori. Nello scenario analizzato, il valore complessivo della produzione agricola nel 2050 sarebbe inferiore del 26% rispetto al business as usual, mentre il valore della produzione zootecnica subirebbe una contrazione molto più marcata.
Questo significa che la transizione non può essere affidata esclusivamente al mercato o alle decisioni individuali. Se cambia la domanda, cambiano i prezzi. Se cambiano i prezzi, cambiano i redditi. E se cambiano i redditi, alcune comunità rurali possono trovarsi esposte a rischi economici molto concreti. Per questo gli stessi ricercatori sottolineano la necessità di politiche pubbliche capaci di accompagnare la trasformazione e di gestirne gli effetti socioeconomici.
La domanda più utile è: come possiamo trasformare il sistema alimentare senza lasciare indietro le persone che oggi dipendono economicamente dal modello esistente?
Ogni grande trasformazione economica produce vincitori e perdenti. Una riduzione strutturale della domanda di carne e prodotti lattiero-caseari avrebbe inevitabilmente conseguenze per allevatori, industrie della trasformazione, mangimifici, fornitori di input agricoli, trasportatori e intere economie locali. Il rischio, però, sarebbe quello di utilizzare queste difficoltà come argomento per non cambiare mai.
La ricerca scientifica suggerisce invece che la questione dovrebbe essere affrontata attraverso politiche di transizione: sostegno agli agricoltori, diversificazione delle produzioni, formazione, investimenti, sviluppo di nuove filiere e valorizzazione dei servizi ecosistemici. Una transizione giusta non significa difendere indefinitamente ogni modello produttivo esistente. Significa accompagnare le persone mentre cambia il modello produttivo.
C’è poi un’altra questione più delicata: il rapporto tra interessi economici e politiche alimentari. Carne, latte, mangimi e agricoltura industriale costituiscono filiere economiche enormi e consolidate. Una trasformazione della domanda globale avrebbe quindi conseguenze finanziarie considerevoli.
È ragionevole aspettarsi che i settori maggiormente esposti al cambiamento cerchino di difendere i propri interessi economici e politici. Ma è importante distinguere questo dato generale dalla dimostrazione di specifiche campagne di disinformazione o di coordinamento industriale: queste affermazioni richiedono evidenze separate e non possono essere dedotte automaticamente dallo studio di Nature.
Il dato scientifico, tuttavia, pone una domanda politica molto concreta. Se una trasformazione del sistema alimentare può ridurre il consumo di suolo, le emissioni e la pressione sugli ecosistemi, chi deve decidere quanto rapidamente realizzarla e attraverso quali strumenti?
Lasciare tutto alle sole scelte individuali significa ignorare la struttura nella quale quelle scelte avvengono. Prezzi, sussidi agricoli, fiscalità, mense scolastiche, appalti pubblici, informazione nutrizionale, ricerca, infrastrutture e regolamentazione possono orientare il sistema alimentare almeno quanto le decisioni dei singoli consumatori.
Una nuova frontiera della transizione ecologica
Il messaggio più interessante è più ampio. Il modo in cui mangiamo determina, almeno in parte, il modo in cui utilizziamo il pianeta. Cambiare la dieta significa cambiare la domanda. Cambiare la domanda significa cambiare la produzione. E cambiare la produzione significa modificare il rapporto tra agricoltura, energia, acqua, suolo, clima e biodiversità.
Secondo i ricercatori, una trasformazione verso sistemi alimentari più sani e sostenibili potrebbe produrre entro il 2050 una riduzione del 6% della superficie agricola rispetto al 2020 e una diminuzione molto significativa della produzione zootecnica rispetto alle proiezioni di uno scenario inerziale.
È una prospettiva che porta il tema dell’alimentazione direttamente dentro il dibattito sulla transizione ecologica. Finora abbiamo spesso immaginato la sostenibilità come una questione di tecnologia: pannelli fotovoltaici, turbine eoliche, batterie, pompe di calore, auto elettriche. Ma la sostenibilità è anche una questione di domanda, consumo e uso del territorio.
E il prossimo grande terreno della transizione potrebbe essere proprio quello che abbiamo davanti ogni giorno a tavola. La ricerca non dice che esista una soluzione semplice né che tutti debbano adottare immediatamente la stessa dieta. Dimostra però che le scelte alimentari, se sommate a politiche agricole, aumento della produttività e riduzione degli sprechi, possono produrre effetti di scala planetaria. La vera sfida sarà trasformare questa possibilità in una transizione concreta, economicamente sostenibile e socialmente equa.
Perché recuperare centinaia di milioni di ettari di territorio non significa soltanto produrre meno. Significa avere finalmente l’opportunità di restituire spazio alla natura, ridurre la pressione sul clima e costruire un sistema alimentare capace di nutrire una popolazione numerosa senza continuare ad aumentare indefinitamente il consumo di risorse.
E, in questa prospettiva, la transizione alimentare può diventare una componente importante della stessa transizione energetica e ambientale: meno pressione sugli ecosistemi significa anche maggiore capacità del pianeta di assorbire gli shock climatici e conservare le risorse da cui dipendono tutte le altre attività umane.




