L’Italia paga l’energia molto più dei principali partner europei e il divario non è episodico ma strutturale. A maggio 2026 il prezzo dell’elettricità ha toccato i 119 €/MWh, contro i 52 della Francia, i 54 della Spagna e i 97 della Germania. Un gap che riflette una forte dipendenza dall’estero: quasi il 74% del fabbisogno energetico nazionale è importato e il gas continua a determinare il prezzo dell’elettricità per oltre il 60% delle ore.
È il quadro tracciato da uno studio Teha Group commissionato da oltre 50 operatori energetici attivi in Italia, che ribalta la narrazione tradizionale: la transizione energetica non è solo una scelta ambientale, ma un fattore decisivo di competitività industriale. E il ritardo nell’attuazione degli obiettivi sulle rinnovabili ha un costo quantificabile.
Secondo le stime, colmare il gap rispetto al Piano nazionale energia e clima significa 29 GW aggiuntivi di capacità rinnovabile. Un traguardo che, se raggiunto, porterebbe benefici economici complessivi stimati in circa 17 miliardi di euro l’anno: meno costi dell’energia all’ingrosso, riduzione delle quote ETS, minori importazioni di gas e impatto positivo delle emissioni evitate.
Non solo: l’attivazione degli investimenti necessari genererebbe fino a 42 miliardi di euro di PIL e oltre 60.000 nuovi posti di lavoro, trasformando il settore energetico in un motore industriale. La crescita delle rinnovabili, già in accelerazione negli ultimi anni, non basta però a colmare il ritardo: al 2030 l’Italia rischia di restare sotto gli obiettivi con un deficit di circa 29 GW.
Il vero ostacolo non è tecnologico, ma amministrativo e infrastrutturale. I tempi di autorizzazione superano spesso i limiti fissati dall’Unione Europea e la rete elettrica non è ancora pronta a gestire l’aumento di capacità, con il rischio di un forte incremento delle congestioni entro il 2030.
Il messaggio dello studio è netto: senza una semplificazione delle procedure e un adeguamento della rete, la transizione resterà incompiuta. E ogni ritardo continuerà ad ampliare il divario di costo dell’energia rispetto al resto d’Europa, penalizzando direttamente la competitività delle imprese italiane.



