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Zambia, nuova centrale a carbone fino a 900 MW: la risposta alla crisi energetica guarda ancora ai fossili

Lo Zambia torna a puntare sul carbone per affrontare la propria crisi energetica. A Sinazongwe, nella Provincia Meridionale, è in sviluppo un nuovo progetto termoelettrico promosso da Ever Great Energy Company Limited, joint venture nella quale ZCCM Investments Holdings ha acquisito una partecipazione del 30%.

Il progetto prevede una prima fase da 300 MW, costituita da due unità da 150 MW ciascuna, con l’obiettivo di arrivare a 600 MW entro cinque anni dal completamento della prima fase. Nel quadro degli sviluppi di lungo periodo viene indicata anche la possibilità di arrivare a una capacità complessiva di 900 MW.

L’investimento annunciato per il progetto è di circa 451,7 milioni di dollari, mentre ZCCM-IH dovrebbe investire 54,2 milioni di dollari per ottenere il 30% della società di progetto. L’impianto dovrebbe essere collegato alla rete nazionale attraverso nuove infrastrutture di trasmissione e dovrebbe utilizzare tecnologia a combustione a letto fluido circolante (CFBC).

La crisi elettrica spinge il carbone

La decisione del governo e degli investitori arriva in un momento particolarmente difficile per il sistema elettrico dello Zambia.

Il Paese dipende fortemente dall’idroelettrico e negli ultimi anni la produzione è stata messa sotto pressione da periodi di siccità. La conseguenza è stata una grave carenza di energia disponibile, con ripercussioni sull’industria e soprattutto sul settore minerario, strategico per l’economia nazionale.

ZCCM-IH stima un deficit di capacità di base nelle ore di punta nell’ordine di 1.400 MW. La nuova centrale viene quindi presentata come uno strumento per aumentare la sicurezza energetica e ridurre la dipendenza dall’acqua disponibile nei bacini idroelettrici.

Il problema è che la soluzione scelta rischia di spostare il problema da una crisi di disponibilità dell’acqua a una nuova dipendenza da un combustibile fossile.

Dal punto di vista della sicurezza energetica, la logica del progetto è chiara: lo Zambia ha bisogno di nuova capacità programmabile e non può permettersi che la produzione elettrica crolli durante gli anni di siccità. Ma definire il carbone una risposta strategica alla crisi climatica e alla vulnerabilità del sistema energetico è molto più controverso.

Una nuova centrale progettata oggi avrà infatti una vita operativa potenzialmente pluridecennale. Significa che gli investimenti effettuati nel 2026 rischiano di vincolare il sistema elettrico dello Zambia a una tecnologia ad alte emissioni proprio mentre i mercati internazionali dell’energia si stanno muovendo nella direzione opposta. Il paradosso è evidente: una crisi aggravata dagli effetti della variabilità climatica viene affrontata, almeno in parte, con nuova capacità fossile.

Il nodo delle rinnovabili

Lo Zambia dispone di un potenziale significativo per diversificare il proprio mix elettrico attraverso fonti rinnovabili, in particolare solare ed eolico. La questione non è quindi soltanto scegliere tra idroelettrico e carbone. La vera sfida consiste nel costruire un sistema più diversificato, nel quale solare, eolico, accumuli, interconnessioni regionali e sistemi di gestione della domanda possano ridurre progressivamente la necessità di nuova generazione fossile.

Il carbone ha però un vantaggio immediato: può fornire produzione programmabile indipendentemente dalle condizioni meteorologiche. È proprio questa caratteristica a renderlo particolarmente attraente per un Paese che sta cercando di proteggersi dagli shock dell’idroelettrico. Ma la convenienza nel breve periodo non coincide necessariamente con la sostenibilità economica e ambientale nel lungo termine.

Il caso di Ever Great non è isolato. Nel distretto di Sinazongwe sono stati proposti negli ultimi anni diversi progetti termoelettrici a carbone. Un altro progetto prevede, per esempio, una centrale da 300 MW associata alla miniera di Mulungwa, mentre nel territorio è stato proposto anche un impianto integrato da 400 MW da parte di Ezra Energy. La concentrazione di nuovi progetti nella stessa area evidenzia una tendenza più ampia: il carbone sta tornando a essere considerato da Lusaka come una componente della sicurezza energetica nazionale.

Già nel 2025 il governo aveva indicato nuovi progetti a carbone come parte della risposta alla riduzione della produzione idroelettrica. Per un Paese che vuole aumentare rapidamente la produzione di rame e sostenere un’industria mineraria sempre più energivora, la tentazione è comprensibile. Ma è proprio la crescita della domanda elettrica a rendere cruciale la scelta tecnologica.

Lo Zambia punta a raggiungere una produzione di 3 milioni di tonnellate di rame all’anno. Il settore minerario richiederà quindi quantità crescenti di elettricità affidabile. Il rischio è che l’aumento della domanda venga soddisfatto attraverso una nuova infrastruttura fossile destinata a diventare strutturale. In questo scenario, la domanda non è se il carbone possa risolvere il problema della carenza elettrica nell’immediato. Può farlo.

La domanda più importante è un’altra: quanto costerà al sistema energetico dello Zambia mantenere questa capacità tra venti o trent’anni, quando gli obiettivi climatici, i prezzi del carbonio e la competitività delle rinnovabili potrebbero essere profondamente diversi? È questo il punto che dovrebbe entrare nel dibattito sulla nuova centrale di Sinazongwe.

Un rischio di “lock-in” fossile

La costruzione di una centrale a carbone non significa soltanto aggiungere megawatt alla rete. Significa creare infrastrutture, contratti, approvvigionamenti di combustibile e impegni finanziari che possono rendere più difficile la successiva sostituzione dell’impianto. È il cosiddetto carbon lock-in: una volta realizzata una grande infrastruttura fossile, esiste un incentivo economico a mantenerla in funzione abbastanza a lungo da recuperare l’investimento. Per questo la scelta dello Zambia merita di essere valutata non soltanto sulla base del deficit attuale di 1.400 MW, ma sulla base del sistema energetico che il Paese vuole avere nel 2040 o nel 2050.

Il progetto dovrebbe utilizzare la tecnologia CFBC, una soluzione che può offrire maggiore flessibilità nell’utilizzo del combustibile e migliori prestazioni rispetto ad alcune configurazioni convenzionali. Ma questo non cambia la questione di fondo.

La tecnologia può ridurre alcuni impatti per unità di elettricità prodotta senza però eliminare le emissioni di CO₂ derivanti dalla combustione del carbone né gli impatti associati all’estrazione, al trasporto e alla gestione del combustibile. Ed è proprio questo il punto critico per un progetto che nasce nel pieno di una crisi climatica che sta già mettendo sotto pressione uno dei principali pilastri del sistema energetico dello Zambia: l’idroelettrico.

La vera sfida è diversificare

Lo Zambia ha bisogno di nuova capacità elettrica e su questo il progetto Ever Great intercetta un problema reale. La risposta non dovrebbe però limitarsi ad aggiungere capacità termoelettrica. Dovrebbe puntare a costruire un sistema più diversificato, resiliente e progressivamente meno dipendente dai combustibili fossili.

Il solare può contribuire rapidamente alla produzione diurna; gli accumuli possono aumentare la flessibilità della rete; le interconnessioni regionali possono consentire di compensare parte delle oscillazioni della produzione; l’eolico può aggiungere una fonte complementare all’idroelettrico e al fotovoltaico. In questo quadro, il carbone può apparire come una soluzione rapida al problema della sicurezza energetica, ma rischia di diventare una soluzione costosa da superare in seguito.

Il progetto di Sinazongwe fotografa quindi una contraddizione che riguarda molti Paesi africani. Da una parte c’è la necessità urgente di portare elettricità affidabile a industrie, città e miniere. Dall’altra c’è la necessità di evitare che la crescita della domanda energetica si traduca in decenni di nuove emissioni.Lo Zambia sta scegliendo, almeno per ora, di privilegiare la prima esigenza.

La domanda che resta aperta è se questa scelta rappresenti una soluzione ponte alla crisi attuale oppure l’inizio di una nuova fase di dipendenza dal carbone. Perché il vero successo del progetto non si misurerà soltanto nei megawatt installati a Sinazongwe. Si misurerà nella capacità del Paese di aumentare l’accesso all’elettricità senza trasformare l’emergenza energetica di oggi nel problema climatico e finanziario di domani.

 

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