La bioeconomia si conferma uno dei pilastri della strategia europea per rafforzare competitività, innovazione e sostenibilità. Secondo una nuova valutazione d’impatto territoriale realizzata per il Comitato Europeo delle Regioni, il comparto genera un valore di circa 2.700 miliardi di euro e occupa 17,1 milioni di lavoratori, pari all’8% dell’occupazione complessiva dell’Unione Europea. Numeri che confermano il peso crescente di un settore destinato a svolgere un ruolo centrale nella decarbonizzazione dell’economia e nello sviluppo delle filiere circolari.
Lo studio, elaborato a supporto dello Strategic Framework for a Competitive and Sustainable EU Bioeconomy, evidenzia come la valorizzazione delle risorse biologiche rinnovabili possa interessare numerosi comparti produttivi, dall’agricoltura alla silvicoltura, dalla pesca all’industria alimentare, fino alla chimica verde, ai biomateriali, all’energia e alla gestione sostenibile dei rifiuti.
La strategia europea punta su innovazione e filiere bio-based
Bruxelles individua quattro direttrici prioritarie per rafforzare la bioeconomia europea: aumentare gli investimenti in ricerca e innovazione, favorire la diffusione di materiali e tecnologie bio-based, garantire una disponibilità sostenibile di biomassa e consolidare la cooperazione internazionale.
Il rapporto sottolinea tuttavia che la crescita del settore non sarà uniforme. I territori che dispongono già di un ecosistema composto da risorse naturali, capacità industriali, infrastrutture e competenze avranno maggiori possibilità di sviluppare produzioni ad alto valore aggiunto. Al contrario, le aree che si limiteranno alla fornitura di biomassa rischiano di rimanere escluse dalle fasi più redditizie della filiera, ampliando le differenze economiche tra le regioni europee.
Italia tra i protagonisti della bioeconomia europea
L’Italia emerge come uno dei Paesi meglio posizionati grazie alla diversificazione del proprio sistema produttivo e alla presenza di filiere consolidate che spaziano dall’agroalimentare alla chimica verde.
Sul fronte industriale il Paese occupa il terzo posto in Europa per numero di impianti bio-based e bioraffinerie, con 333 siti operativi, preceduto soltanto da Francia e Germania. Gli impianti italiani coprono un’ampia gamma di attività che comprende produzione di biocarburanti, biometano, cellulosa e carta, materiali compositi, fibre naturali, amidi e altri prodotti derivati da materie prime biologiche.
Anche sul piano dell’innovazione l’Italia mantiene una posizione di rilievo. Con 280 brevetti registrati nei settori della bioeconomia, il Paese è terzo nell’Unione Europea, alle spalle di Germania e Francia.
Occupazione e riconversione industriale
L’analisi evidenzia come il settore rappresenti già oggi un importante motore occupazionale, soprattutto nelle regioni del Nord e del Centro Italia, dove si concentrano numerosi poli manifatturieri legati alla bioeconomia.
Tra gli esempi citati nel rapporto figura anche la riconversione di ex zuccherifici trasformati in impianti per la produzione di biocarburanti. Un modello che dimostra come sia possibile riutilizzare infrastrutture industriali esistenti per sviluppare nuove filiere sostenibili, preservando occupazione e competenze.
Secondo gli esperti, la trasformazione di siti produttivi dismessi potrebbe diventare uno degli strumenti più efficaci per accelerare la crescita della bioeconomia nei territori con una consolidata tradizione manifatturiera.
Le sfide: valore aggiunto, governance e competenze
Accanto alle opportunità emergono anche alcune criticità. Il rapporto evidenzia che il vero vantaggio economico non deriva dalla semplice disponibilità di biomassa, ma dalla capacità di trasformarla in prodotti ad alto valore aggiunto.
Per questo motivo viene raccomandato di rafforzare le filiere locali attraverso bioraffinerie territoriali, piattaforme logistiche e sistemi che consentano di trattenere sul territorio una quota maggiore del valore generato.
Un altro elemento decisivo riguarda la governance. La capacità di coordinare politiche industriali, agricole, energetiche e ambientali sarà determinante per cogliere le opportunità offerte dalla nuova strategia europea. L’Italia dispone già di una strategia nazionale sulla bioeconomia, ma dovrà rafforzarne l’attuazione coinvolgendo imprese, enti locali, università e operatori delle filiere.
Anche la formazione rappresenterà un fattore strategico. La crescita del comparto richiederà nuove professionalità, tra cui tecnici specializzati, ricercatori, esperti di bioprocessi, analisti di laboratorio e figure dedicate alla gestione di impianti industriali avanzati. Rafforzare il collegamento tra sistema educativo e imprese sarà quindi essenziale per accompagnare la trasformazione.
Sostenibilità e tutela delle risorse naturali
Il rapporto richiama infine l’attenzione sugli aspetti ambientali. Sebbene la bioeconomia possa contribuire a ridurre la dipendenza dalle fonti fossili e favorire l’economia circolare, una domanda crescente di biomassa potrebbe aumentare la pressione su foreste, suolo, risorse idriche e biodiversità.
Per evitare questi effetti sarà fondamentale applicare rigorosi criteri di sostenibilità, monitorare i flussi di biomassa e rispettare il principio dell’uso a cascata, privilegiando gli impieghi in grado di generare il maggiore valore economico e ambientale prima della destinazione energetica.
Per l’Italia, caratterizzata da un’elevata biodiversità e da ecosistemi particolarmente delicati, la sfida sarà coniugare sviluppo industriale, innovazione e tutela delle risorse naturali, facendo della bioeconomia uno dei motori della transizione ecologica.


