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Strategia Ue sulla zootecnia, gli ambientalisti: “Manca la svolta verso un modello sostenibile”

La nuova Strategia europea sul futuro degli allevamenti non convince le principali associazioni ambientaliste italiane. Greenpeace Italia, ISDE – Associazione Medici per l’Ambiente, Lipu, Slow Food Italia, Terra! e WWF Italia hanno espresso forte preoccupazione dopo la presentazione del documento da parte del commissario europeo all’Agricoltura e all’Alimentazione Christophe Hansen, definendolo un’occasione mancata per avviare una vera transizione ecologica del settore zootecnico.

La Strategia, la prima elaborata dall’Unione europea per il comparto degli allevamenti, è destinata a orientare politiche, investimenti pubblici e sviluppo del settore fino al 2040. Secondo le associazioni, però, il documento non introduce quel cambio di paradigma necessario per affrontare le sfide ambientali e sociali legate alla produzione animale, continuando a puntare soprattutto su competitività e innovazione tecnologica senza assumere l’agroecologia come riferimento per la trasformazione del sistema.

Allevamenti intensivi e clima: i nodi irrisolti

Uno dei principali rilievi riguarda la mancata distinzione tra i diversi modelli di allevamento. Secondo le organizzazioni ambientaliste, la Strategia tratta la zootecnia come un settore omogeneo, senza affrontare il problema della concentrazione degli allevamenti intensivi nelle aree dove gli impatti ambientali sono più elevati.

Le associazioni chiedevano invece interventi per ridurre la pressione degli allevamenti industriali ad alta intensità di input e valorizzare maggiormente i sistemi estensivi, pastorali e agroecologici, considerati più compatibili con la tutela della biodiversità, la gestione del territorio e la resilienza delle aree rurali.

Per il fronte ambientalista, infatti, gli allevamenti intensivi rappresentano uno dei principali fattori di pressione sugli ecosistemi. Greenpeace, WWF, Lipu, Slow Food Italia, Terra! e ISDE richiamano l’attenzione sugli effetti legati alle emissioni climalteranti, al consumo di risorse naturali e all’inquinamento prodotto nelle aree dove si concentra la produzione zootecnica.

Secondo le associazioni, gli allevamenti industriali contribuiscono al cambiamento climatico attraverso le emissioni di metano generate soprattutto dai ruminanti e quelle di protossido di azoto legate alla gestione dei liquami e alla produzione dei mangimi. A questi impatti si aggiungono il consumo di acqua e suolo, la perdita di biodiversità agricola e gli effetti indiretti legati alla coltivazione di grandi quantità di materie prime destinate all’alimentazione animale, come la soia.

Un altro tema riguarda l’inquinamento locale nelle aree ad alta densità zootecnica. L’eccesso di liquami può favorire l’accumulo di nitrati nei terreni e nelle falde, mentre le emissioni di ammoniaca contribuiscono alla formazione di particolato atmosferico, con possibili conseguenze sulla qualità dell’aria e sulla salute delle comunità che vivono vicino ai grandi impianti.

Le associazioni sottolineano inoltre il problema dell’utilizzo degli antibiotici negli allevamenti intensivi, indicato come uno dei fattori che contribuiscono alla diffusione dell’antibiotico-resistenza, una delle principali emergenze sanitarie globali.

Sul fronte climatico, le organizzazioni criticano anche la proposta europea di introdurre nuove metodologie per il calcolo delle emissioni degli animali allevati. Secondo Greenpeace e le altre realtà coinvolte, il rischio è quello di ridurre soltanto sulla carta il peso dell’impatto del metano senza ottenere una reale diminuzione delle emissioni.

Altro elemento contestato è il capitolo dedicato alla semplificazione normativa. Per le associazioni ambientaliste, l’alleggerimento delle regole rischia di trasformarsi in una vera e propria deregulation, indebolendo strumenti fondamentali di protezione ambientale. Nel mirino ci sono in particolare le possibili modifiche alle norme su nitrati, acque e biodiversità, oltre alle procedure autorizzative che potrebbero facilitare l’apertura di nuovi allevamenti intensivi o l’ampliamento di quelli già esistenti.

Secondo le organizzazioni, la transizione del settore non può basarsi esclusivamente sull’aumento dell’efficienza tecnologica, ma deve prevedere un cambiamento del modello produttivo: meno concentrazione industriale, maggiore sostegno alle aziende estensive e familiari, filiere locali e una riduzione della dipendenza dai mangimi importati.

Nel pacchetto europeo emergono comunque alcuni elementi considerati positivi. Tra questi il Piano sulle proteine, che punta a rafforzare le filiere locali e sostenere sistemi zootecnici più legati al territorio attraverso le risorse della futura Politica agricola comune.

Apprezzate anche le indicazioni sul benessere animale, con l’obiettivo di superare alcune pratiche considerate problematiche, come l’uccisione dei pulcini maschi e l’utilizzo delle gabbie negli allevamenti avicoli e suinicoli. 

Per Greenpeace, WWF e le altre associazioni, tuttavia, questi interventi restano insufficienti rispetto alla necessità di una revisione complessiva del sistema produttivo. Secondo il fronte ambientalista, la Strategia rischia di mantenere l’attuale assetto, favorendo soprattutto gli interessi dell’allevamento industriale e lasciando in secondo piano le piccole aziende agricole estensive, familiari e di montagna, spesso già in difficoltà economica.

Il rapporto tra produzione animale e alimentazione

Un altro tema centrale riguarda il rapporto tra produzione animale e alimentazione. La Strategia europea richiama la necessità di promuovere diete più sane e diversificate attraverso strumenti come appalti pubblici, etichettatura e campagne informative, ma senza fissare obiettivi quantitativi o strumenti vincolanti. Per le associazioni, si tratta di un passaggio fondamentale per una vera transizione, che dovrebbe affrontare anche il tema della dipendenza della zootecnia europea dai mangimi e favorire modelli alimentari più sostenibili.

Secondo Legambiente “Esiste ormai un ampio e solido consenso su una transizione alimentare che riduca fortemente i consumi di alimenti di origine animale. Il passaggio a modelli agroecologici non è solo una necessità ambientale, ma anche economica, sanitaria e sociale”.

Ora la responsabilità passa agli Stati membri, chiamati a tradurre gli indirizzi europei in politiche nazionali. In Italia, Greenpeace, WWF e le altre organizzazioni chiedono di rilanciare il confronto sulla proposta di legge per il superamento del modello di allevamento intensivo, presentata nel 2024 e ancora ferma alla Camera.

L’obiettivo, secondo le associazioni, deve essere quello di costruire un sistema capace di garantire tutela ambientale, benessere animale, salvaguardia dei territori e condizioni economiche adeguate per gli allevatori impegnati in produzioni più sostenibili.

 

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